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Made in Italy, tutto passa dalla formazione

Pandemie, dazi, guerre, crisi energetiche, carenza di materie prime. Tutto farebbe pensare a una tempesta perfetta contro le eccellenze italiane. Eppure il made in Italy continua a piacere. Soprattutto agli stranieri. Alla vigilia della Giornata nazionale del 15 aprile, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, può davvero gongolare: «In Italia crescono export e investimenti esteri». Il Rapporto Le nuove sfide del made in Italy, elaborato dal Mimit e coordinato dal vicepresidente e direttore della Fondazione Edison, prof. Marco Fortis, tra i principali studiosi dell'economia industriale italiana, analizza la capacità dell'economia italiana di reagire allo scenario post-pandemico e alla crescente instabilità globale, segnata da tensioni geopolitiche, conflitti e criticità nelle catene di approvvigionamento. In questo contesto, l'Italia consolida il proprio posizionamento tra i principali esportatori mondiali, affiancando il Giappone al quarto posto, con un surplus commerciale di 122 miliardi di dollari - terzo al mondo dopo Cina e Germania - e una crescita degli investimenti esteri pari al 20% negli ultimi tre anni. «Questo rapporto vuole essere un punto di partenza per un confronto sulle potenzialità e le sfide del nostro sistema produttivo - spiega Urso -. La sua forza risiede nella diversificazione delle produzioni di eccellenza e dei mercati».

Ma non bisogna cullarsi sugli allori. Visto che la metà delle imprese ha difficoltà a trovare e trattenere talenti. Gli artigiani invecchiano e faticano a formare degni eredi. Il liceo del Made in Italy, gli Its e i maestri di bottega stanno provando a istruire le nuove leve legate alle filiere tradizionali: alimentazione, abbigliamento, arredo, automotive, automazione. Che si ampliano con settori a più elevato valore aggiunto come l'economia della salute, lo spazio e la difesa, l'economia blu, il turismo e le industrie culturali e creative. Questi comparti crescenti rafforzano la presenza internazionale delle nostre imprese e sostengono la crescita delle esportazioni. Per Urso «la forza del made in Italy risiede nelle competenze e nella capacità di saper trasmettere i saperi. In questo contesto abbiamo rivisto il sistema dell'apprendistato, istituito il liceo del Made in Italy, reso più efficaci gli Its e valorizzato le Academy. Vogliamo costruire un'infrastruttura del sapere che tuteli e valorizzi le eccellenze produttive anche attraverso il passaggio generazionale delle competenze nelle aziende. In questo orizzonte assume un ruolo fondamentale la Fondazione imprese e competenze per il made in Italy, ora pienamente operativa, nata proprio per interpretare le vocazioni dei territori e per trasformarle in attività economica così da favorire l'accordo stabile e operativo tra imprese e formazione».

Sono infatti 1.000 i marchi storici iscritti nel registro speciale dell'Ufficio Italiano Brevetti e Marchi. Mille testimoni di identità, memoria, tradizione, eccellenza e qualità. Ma anche mille storie industriali caratterizzate dalla capacità di innovazione e di rinnovarsi. Radici che custodiscono un patrimonio da trasmettere alle nuove generazioni così da rafforzare insieme la competitività nazionale. E in grado di battere le sfide future. Nonostante pandemie, dazi, guerre, crisi energetiche, carenza di materie prime.

 
 
 

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