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Intelligenza artificiale: nel 2026 smetteremo di parlarne e inizieremo a usarla davvero?


Giorgio Taverniti e Massimo Vichi
Giorgio Taverniti e Massimo Vichi

Per mesi, forse anni, abbiamo parlato di intelligenza artificiale come di qualcosa che “sta arrivando”. Ne abbiamo discusso in termini teorici, normativi, culturali. Abbiamo provato strumenti, osservato demo, immaginato scenari.

Ora la domanda sta cambiando. E nel 2026 potrebbe diventare inevitabile: l’IA è pronta per entrare davvero nei processi quotidiani?

È il filo conduttore dell’intervista di Massimo Vichi a Giorgio Taverniti, un confronto che sposta l’attenzione dalla teoria all’uso concreto dell’IA nel lavoro, nelle aziende e nelle strategie digitali.


Dalla cultura dell’IA all’IA applicata


Secondo Taverniti, stiamo entrando in una fase più matura. Dopo l’entusiasmo iniziale e il necessario lavoro di alfabetizzazione, l’intelligenza artificiale diventa infrastruttura: non un esperimento, ma una parte stabile dei flussi operativi.

Automazione, analisi dei dati, supporto alle decisioni, personalizzazione dei contenuti: l’IA inizia a fare, non solo a promettere. E questo cambia tutto, perché costringe aziende e professionisti a una scelta: improvvisare o progettare.


Il 2026 sarà davvero l’anno dell’IA agentica?


IA agentica: sistemi in grado di agire, coordinarsi, prendere iniziative entro obiettivi definiti.

Se il biennio 2024–2025 è stato dominato dall’IA generativa, il 2026 potrebbe segnare l’ingresso degli agenti intelligenti applicati a marketing, customer journey, organizzazione del lavoro e processi decisionali.

Non è solo un salto tecnologico, ma culturale: più autonomia ai sistemi significa più responsabilità per chi li governa.


Il vero vantaggio competitivo non è la tecnologia


l’IA non farà la differenza da sola. A farla sarà la competenza, la capacità di integrare questi strumenti in modo consapevole, etico e strategico.

Il 2026 non sarà l’anno in cui l’IA “sostituirà le persone”, ma quello in cui chi saprà lavorare con l’IA lavorerà meglio.

E forse, finalmente, smetteremo di chiederci cosa potrebbe fare l’intelligenza artificiale, per concentrarci su ciò che stiamo davvero facendo con lei.



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